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All’Ospedale Maggiore di Bologna eseguita per la prima volta in Italia una procedura innovativa mininvasiva per trattare una occlusione ricorrente dell’intestino in un paziente con SLA

Pubblicato il 21/10/2026 - Redattore Kregel John Martin
Primo caso di sigmoidopessi e sigmoidostomia percutanea realizzata con la doppia guida endoscopica e radiologica. Una nuova possibilità di cura, soprattutto per pazienti fragili

Un intervento innovativo, poco invasivo, che ha permesso a un paziente affetto da Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA) di evitare un intervento chirurgico tradizionale, considerato non praticabile in sicurezza e superare una condizione intestinale patologica.

Tutto nasce dall’intuizione di Alba Riccheo, Direttrice dell’Anestesia dell’Ospedale Maggiore, che ha avuto in cura un paziente con SLA colpito da più episodi di occlusione dell’ultima parte dell’intestino crasso (sigma). Questa condizione provoca un blocco intestinale e può causare dolore, gonfiore e altre complicazioni importanti.

Poiché le condizioni generali del paziente rendevano troppo rischioso un intervento chirurgico tradizionale, è stato necessario individuare una soluzione alternativa che fosse più sicura e meno impegnativa per l’organismo, anche viste le condizioni generali del paziente.

La proposta è stata sviluppata dai medici Marco Bassi e Giacomo Tamanini, specialisti in endoscopia, insieme al radiologo interventista Antonio Bruno, che hanno poi eseguito il trattamento con le rispettive équipe.

Secondo quanto riportato in letteratura e a conoscenza dell’équipe, si tratta del primo caso in Italia di questa procedura eseguita con il supporto combinato di strumenti endoscopici e radiologici.

Come funziona la procedura

L’intervento prevede due passaggi principali: la sigmoidopessi e sigmoidostomia percutanea.

Per prima cosa, la parte dell’intestino interessata viene fissata alla parete dell’addome attraverso piccole ancore inserite mediante minuscole aperture della pelle. Questo permette di mantenerla più stabile e di ridurre il rischio di nuove occlusioni.

Successivamente viene inserito un sottile tubicino che collega l’intestino con l’esterno del corpo. In questo modo, in caso di eccessivo accumulo di aria o gonfiore, è possibile ridurre la pressione all’interno dell’intestino.

L’intera procedura è stata eseguita con il supporto contemporaneo dell’endoscopia e della radiologia interventistica, utilizzando una semplice anestesia locale, senza ricorrere all’anestesia generale.

Una nuova opportunità per i pazienti più fragili

Questo intervento rappresenta un risultato particolarmente importante perché potrebbe offrire una nuova possibilità di cura a persone fragili o affette da malattie neurodegenerative, per le quali un intervento di chirurgia addominale non è praticabile.

In situazioni simili, disporre di procedure meno invasive può fare la differenza, consentendo di trattare problemi complessi con un minore impatto sul paziente e tempi di recupero generalmente più contenuti.

Un risultato nato dalla collaborazione tra Anestesia, Endoscopia e Radiologia interventistica, che dimostra come l’integrazione di competenze diverse possa consentire di affrontare situazioni cliniche complesse attraverso soluzioni innovative e meno invasive.