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Scomparso Ferruccio Giacanelli

Data di pubblicazione: 28/09/2012 14:45

Padre della psichiatria bolognese fu al fianco di Basaglia nel percorso per l’approvazione e l’attuazione della legge 180

Ultimo aggiornamento : 12/10/2012

È Morto Ferruccio Giacanelli, padre della psichiatria bolognese.  Giacanelli è stato uno dei sostenitori e fautori della chiusura dei manicomi grazie all’entrata in vigore della legge 180 ai più nota come Legge Basaglia. Fu lui a chiudere l’ospedale Psichiatrico Roncati per attivare la rete dei servizi territoriali.
Angelo Fioritti, direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell’Azienda Usl di Bologna, che ha iniziato la sua carriera proprio al Roncati ancora diretto da Giacanelli, lo ricorda oltre che come rilevante psichiatra anche come importante storico della Psichiatra Italiana: “pur non essendo lui uno storico puro, il suo lavoro di documentazione è stato riconosciuto dagli storici stessi come fondamentale per ripercorrere le vicende della Psichiatria del nostro Paese”    

Giacanelli è stato anche il primo direttore dell’istituto Gian Franco Minguzzi della Provincia di Bologna, nato nel 1980 come centro di studio e di documentazione sulla storia della psichiatria e dell'emarginazione sociale, luogo di progettazione dei processi di cambiamento all'interno di reti ed organizzazioni sociali formali ed informali, pubbliche e del privato sociale, volte allo stimolino di una cultura dell'inclusione sociale.

Di seguito riportiamo un ampio stralcio in una delle ultime interviste rilasciate da Giacanelli a Portici, rivista edita dalla Provincia di Bologna, in occasione del trentesimo anniversario dell’entrata in vigore della legge 180.



Una storia da matti

Per capire il clima che si respirava alla fine degli anni ’70, quale era la realtà bolognese e come cambiarono le cose con la legge Basaglia, ci siamo rivolti al professor
Ferruccio Giacanelli, anch’egli tra gli innovatori dell’epoca

di Gregory Picco

Ferruccio Giacanelli ci accoglie all’interno dell’Istituzione “Gian Franco Minguzzi” di via Sant’Isaia, nei locali dell’ex-manicomio. Precisamente, presso la biblioteca che proprio grazie a lui e all’assessore provinciale in carica nel ‘78 Alessandro Ancona, ha valorizzato il patrimonio secolare, che rischiava altrimenti di andare disperso, di libri e di documentazione clinica (le prime cartelle sono del 1809) dell’ospedale psichiatrico cittadino, divenendo uno dei centri più importanti in Italia per la documentazione della storia della psichiatria e dell’emarginazione sociale.

Professore, come ricorda gli anni precedenti la nascita della Legge 180?
Iniziai a lavorare come giovane medico all’ospedale psichiatrico di Perugia dove nel 1964-65 riuscimmo a creare un gruppo di medici, assistenti sociali, infermieri con i quali fu affrontata la battaglia, guidata dall’Amministrazione provinciale, contro il manicomio; fino a costituire nel 1974, per primi in Italia, un sistema di assistenza psichiatrica territoriale con “Centri di Igiene Mentale” dislocati su tutta la provincia. Io stesso avevo cominciato a progettarli per la Provincia di Terni, quando nel 1971 mi chiamò Franco Basaglia, che aveva deciso di abbandonare Parma dove operava, perché facessi da continuatore nella lotta per la chiusura di quel manicomio. Ci andai all’inizio del 1972 e vi rimasi fino al 1978, quando venni a Bologna al “Roncati”.

A Parma come andò?
A Colorno, a 20 chilometri dal capoluogo, cominciammo a sfollare l’ospedale dai malati cronici sistemandoli in unità abitative, creammo ambulatori sul territorio e contribuimmo a sostenere una cultura di superamento dell’ospedale psichiatrico. Uno degli ostacoli maggiori fu una certa resistenza degli infermieri a lasciare il manicomio, certo non per ignoranza o cattiveria, ma perché perdevano il posto di lavoro che lì si tramandava di padre in figlio. Correva la battuta “il manicomio è la Fiat di Colorno”. Istruirli fu uno dei compiti più delicati. Nel frattempo avevo avviato ottimi rapporti con Alessandro Ancona, medico esperto di neuropsichiatria infantile e uno dei migliori assessori che avesse avuto la Provincia di Bologna su questi temi.

Come lei, dunque, altri si muovevano in un percorso di innovazione. In quale contesto politico-culturale fu approvata la Legge 180?
Questa legge, sia chiaro, non venne fuori per un colpo di mano parlamentare ma fu il frutto finale di un processo di cambiamento della cultura psichiatrica e dell’atteggiamento verso i malati che era cominciato intorno alla fine degli anni ’50. Al tempo la psichiatria italiana era un blocco retrogrado, materialistico, chiuso alla comprensione del malato. Una serie di personaggi, tra cui Basaglia stesso, uomo di grande carisma e di cultura raffinatissima, ma anche Cargnello, Callieri, Balduzzi, Jervis e molti psicoanalisti, esponenti di una disciplina cui fino ad allora non veniva riconosciuto alcun peso dalla psichiatria ufficiale, avviò un processo di rivoluzione culturale, socio-politica e storica. Negli anni ’70, in particolare, ci furono diversi provvedimenti legislativi che cambiarono l’Italia. Parlo della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, di quella sul divorzio, di quella sull’assistenza ai tossicodipendenti, che fino ad allora avevano due destini possibili: il carcere o il manicomio.

Accanto all’azione di alcuni medici illuminati, perciò, fu determinante anche la politica?
Sì. Diciamo che la scintilla arrivò dai radicali che, minacciando il referendum se non si fossero modificate alcune norme della legge del 1904 che ancora disciplinava la psichiatria e l’organizzazione delle istituzioni manicomiali, ebbero il merito di accelerare l’emanazione della legge 180. Il clima politico e sociale era proteso verso la modernizzazione, la difesa dei diritti, c’era un terreno culturale nuovo che indusse i partiti maggiori, PCI, PSI, e in parte la DC, a sposare la causa della riforma. Se non ci fosse stata questa spinta non se ne sarebbe fatto nulla. Fummo comunque una minoranza a imporre questa legge perché la maggioranza degli psichiatri e l’opinione pubblica non la pensava come noi.

Quali furono i cambiamenti più rilevanti?
Intanto la competenza dell’assistenza psichiatrica passò dalle Amministrazioni provinciali e dalle Opere pie alle Regioni ma, soprattutto, la psichiatria entrò a far parte della sanità generale, e quindi anche la legge 180 fu compresa nella legge 833 che istituiva il Servizio sanitario nazionale. Con essa non c’era più differenza tra le malattie mentali, la sofferenza psicologica e tutto il resto della medicina per quanto riguardava il diritto all’assistenza. Certo non fu facile, ricordo alcuni
congressi-chiave infuocati.

Lei arrivò a Bologna proprio con la nuova legge. Che realtà trovò?
Al Roncati ci fu un momento di transizione in cui venivano ancora accolti certi tipi di pazienti, la chiusura definitiva avvenne nel 1980. Trovai alcune cose già modificate e razionalizzate, grazie all’assessore Ancona e al prof. Edelweis Cotti, psichiatra originale e ‘rivoluzionario’, criticato più volte perché lasciava “eccessiva” libertà ai malati. C’era, insomma, una situazione di stabilità, di insediamento di elementi sia di psichiatria molto tradizionale che di psichiatria più moderna derivante dal gruppo di psicanalisti che era molto forte a Bologna e aveva una propria
base al Roncati. Sperimentavano una psichiatria abbastanza umanitaria, ma allo stesso tempo giravano volantini in cui si denunciava il movimento antimanicomiale come ‘sfascismo istituzionale’. Non era dunque il momento più favorevole quanto al personale medico, mentre era migliore quello infermieristico.

Quale fu il suo primo intervento?
Assieme ad Alessandro Ancona, lanciai un’iniziativa che doveva essere il primo segnale di novità: un reparto di riabilitazione dei malati più gravi, quelli cronici. Andammo anche in Lussemburgo per avere un finanziamento dalla Cee. Fu un’attività che prese il nome di “Area Autogestita”, un appellativo nato spontaneamente che formalmente nessuno inventò, per un reparto basato sulla partecipazione di tutti, sulle assemblee quotidiane tra infermieri, malati e un paio di medici, tirocinanti e assistenti sociali e che gradualmente diede risultati straordinari. Bisogna capire che quando si dice “riabilitare” significa prendere per mano i malati e addestrarli passo passo a muoversi autonomamente nella vita di tutti i giorni. Poi ci fu un’attività lavorativa dalla quale nacque una piccola “cooperativa” ancora esistente, e altro ancora. Organizzammo due convegni nazionali su questa esperienza, il primo nel 1979, che dimostrò a molti che si poteva fare. Con questa iniziativa, inoltre, entrò nell’équipe la prima psicologa, Anna Castellucci, poco dopo gli educatori.

Quando sorsero i primi Centri di Salute Mentale?
Già prima del 1978 c’erano delle esperienze simili, i Consorzi socio-sanitari, entità tecnico-amministrative che garantivano l’erogazione di un’assistenza sociale e sanitaria complessiva nella quale c’era anche la presenza della psichiatria. Di fatto, ci vollero degli anni perché la riforma si realizzasse compiutamente nella pratica, prima di tutto con l’istituzione delle USL.








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