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Prevenzione oncologica anche in carcere

Data di pubblicazione: 18/05/2012 12:07

I risultati degli screening per la prevenzione dei tumori rivolti alla popolazione detenuta della Casa Circondariale di Bologna

Ultimo aggiornamento : 30/06/2012

È stata molto elevata, da parte delle detenute e dei detenuti del Carcere di Bologna, l’adesione ai Programmi Regionali di screening di diagnosi precoce e prevenzione dei tumori del collo dell’utero, della mammella e del colon-retto, con percentuali addirittura maggiori della media cittadina. Un risultato che testimonia il valore di una attività dell’Azienda USL, realizzata sulla base dei principi di equità e tutela della salute delle persone più deboli, che ha dato una risposta a bisogni reali, ai quali la precedente organizzazione non riusciva a far fronte in modo adeguato ed efficace.

Con l'entrata in vigore del DPCM del 01.04.2008, infatti, l'assistenza negli istituti penitenziari viene esercitata a pieno titolo dal Servizio Sanitario Regionale e la Regione Emilia-Romagna ha individuato le forme organizzative più idonee a garantire il diritto alla salute all’interno di queste strutture, sulla base del principio di uguaglianza fra la popolazione ristretta e quella libera. Negli istituti penitenziari, pertanto, devono essere espletate tutte le attività di diagnosi, terapia, riabilitazione, nonché di prevenzione e promozione della salute comprese nella programmazione regionale.
A tal fine l'Azienda USL di Bologna, divenuta titolare delle funzioni di gestione di tutte le attività sanitarie rivolte alla popolazione carceraria, ha messo in campo la propria organizzazione (i Dipartimenti di Cure Primarie, Salute Mentale e Dipendenze Patologiche, Sanità Pubblica) estendendo il proprio ambito di intervento al carcere di Bologna e alla popolazione qui detenuta, e nell’ambito  dell’attività di promozione dei Programmi Regionali di screening in campo oncologico ha avviato interventi tesi a favorirne la partecipazione, sperimentando iniziative mirate in relazione alla specificità del target.


Nel 2011 è iniziata la campagna promozionale di sensibilizzazione nei confronti dei cittadini ristretti per l'adesione agli screening, con modalità e tempistiche diverse rispetto a quanto proposto per la popolazione libera, in considerazione delle caratteristiche derivanti dalle condizioni oggettive di detenzione e proprie della  popolazione detenuta (etnia, cultura , turn-over, approccio al concetto di salute).
Un team aziendale di esperti ha incontrato a più riprese detenute ed detenuti e, coadiuvato da mediatori culturali, ha illustrato le finalità delle campagne di prevenzione oncologica. Successivamente è iniziata all'interno della struttura carceraria l'attività di screening vera e propria, con la consegna e la raccolta dei campioni biologici per la ricerca del sangue occulto nelle feci (FOBT) per la prevenzione del tumore del colon retto, la visita ginecologica con esecuzione del Pap-test per la prevenzione del tumore del collo dell’utero e l’esecuzione della mammografia, mediante l'ingresso in carcere del mezzo mobile, per la diagnosi precoce del tumore della mammella.
Non tutti i detenuti compresi nei target di età interessata dagli screening hanno partecipato agli incontri informativi e di sensibilizzazione iniziali, ma è stato ben più alto il numero degli effettivi aderenti ai test e agli esami diagnostici offerti, segnale del fatto che, in particolari ambienti, una buona circolazione dell’informazione - soprattutto se gestita da "opinion leader " più o meno informalmente riconosciuti - sia di grande efficacia.


Per quanto riguarda le cifre dell'adesione della popolazione detenuta, è stata raggiunta la percentuale prevista dagli indicatori regionali ed aziendali, con il risultato, per la verità inatteso, del 100 % per quanto riguarda lo screening mammografico. A quest’ultima indagine hanno aderito anche alcune agenti della Polizia Penitenziaria, che hanno effettuato l'esame insieme alle detenute. Sono state effettuate presso il carcere mammografie di screening a 14 detenute (il 100% delle donne presenti in fascia di età) e a 4 agenti, di cui una in corso di approfondimento.
Relativamente allo screening del tumore del collo dell’utero tutti i Pap-test sono stati eseguiti all’ingresso in carcere dalla ginecologa che opera presso la struttura, e l’adesione è stata del 71,4%.
Per quanto riguarda lo screening del colon-retto sono stati coinvolti 117 detenuti (presenti ed in fascia di età) con un’adesione pari al 64% (75 su 117). Dieci persone sono risultate positive al test (il 14% della popolazione maschile, rispetto al 6% circa che si riscontra nella popolazione generale) e pertanto invitate al colloquio preliminare all’effettuazione della colonscopia.

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