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Giovanni Bollea, un ricordo

Aveva quasi 100 anni, era il padre della neuropsichiatria italiana

30/06/2012

A sette anni, con la sua classe si era recato in visita all’istituto Cottolengo di Torino. La situazione  che lo attendeva è immaginabile. Quel giorno si tenne la prima vera partita, il suo primo faccia a faccia col dolore. Una suora di quell’Istituto, durante la mattinata, disse alle classi in visita  “Vedete questi bambini? Questi saranno i bambini che vanno per primi in Paradiso”. E la risposta del piccolo di sette anni fu da subito in linea con lo spessore e la vita futura dell’uomo:  “ma perché non li curate invece di pensare al Paradiso?”.

E’ l’aneddoto sulla vita di Giovanni  Bollea, padre della Neuropsichiatria Infantile Moderna, che Marilisa Martelli, direttore dell’Area di Neuropsichiatria dell’Infanzia e Adolescenza dell’AUSL di Bologna, raccontò per introdurlo in sala Farnese, a Bologna, ospite del Comune e dell’Azienda USL di Bologna. Era il 22 novembre 2004, giornata mondiale ONU dei diritti dell'infanzia e dell'adolescenza.

Oggi lo ricordiamo volentieri attraverso le parole che disse in occasione della sua venuta a Bologna:

Ringrazio tutti voi di essere qui e di avermi invitato in questa città.
Mi hanno toccato le parole sentite su di me, non potevo arrossire ma ero molto teso.
Quando senti parlare di te, involontariamente vedi il tuo passato, scorri la tua vita, e allora devo dire che da questo punto di vista anche il filmato a cui abbiamo assistito mi commuove.
Avete visto il sorriso di quei bambini?
Io non posso vivere se, durante il pomeriggio, almeno una volta un bambino e sua madre  non mi sorridono.
Quello che avete visto, sono veramente io.
Io che continuo a sognare.
Continuo a sognare il futuro dei bambini e ad essere ottimista in un momento in cui l’ottimismo non la fa certo da padrone.
I bambini hanno bisogno di tante cose, esattamente come tutti noi, io naturalmente difendo il settore 0-18, è il mio compito, e in questo settore dove io sogno quotidianamente di vedere passi avanti,  sono il primo a criticare il fatto che gli Stati non realizzano pienamente i dettami dell’ONU, ma spero lo faranno.
Capisco le loro difficoltà ma sto cercando di mettere loro in mente una cosa semplice ed essenziale:  se il quantum di bambini da 0-18 non vince numericamente  su quello degli anziani (65 in avanti) lo Stato non regge.  Siamo finiti, è un calcolo che chiunque può fare.  Questa cosa che può sembrare mera matematica in realtà è il grande rischio del futuro.
Dobbiamo vincere la de-natalità.
I bambini non hanno ancora un mestiere, non producono, ma sono coloro che determinano la realtà matematica per cui una nazione può sopravvivere, sono il pilastro di ogni progettualità.
Questo ragionamento mi pare semplice e molto significativo per far capire che a tutte le longitudini del mondo i diritti dei bambini dovrebbero rappresentare il primo pensiero di ogni legge finanziaria.
Leggo spesso i contenuti delle finanziarie che i governi preparano e poi scorgo che alla fine c’è pure qualcosa per i bambini. Eh no, non va bene così. Non è giusto. Si devono trovare e prevedere più risorse per loro. Una Nazione regge se c’è uguaglianza fra la fascia 0-18 e quella 65-9.
Senza tale equità non andiamo da nessuna parte.
Ne deduco il diritto di tutti quelli che pensano ai bambini, di protestare, ringraziare, capire tutto quello che si vuole, a patto che  i diritti dell’infanzia (ogni anno) guadagnino qualche elemento in più per poter essere realizzati.
Che giorno dopo giorno, un piccolo passo in avanti venga fatto e sia concreto.
Questo è il mio sogno, e ringrazio tutti voi  che mi avete permesso di riaffermarlo oggi.



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